Le cose che si riportano a casa

Non si torna mai davvero come si è partiti.

Si torna con:

un po’ di fango sulle scarpe

qualche fotografia mossa

e più silenzi del previsto

Le biciclette vennero appoggiate al muro.

Rimasero lì, stanche anche loro.

La casa li accolse con quell’odore che hanno solo i luoghi che ti conoscono da tanto tempo.

Nonna Angela stava già cucinando.

Come se sapesse.


Nessuno raccontò subito niente.

Si mangiò.

Si bevve.

Si ascoltò il rumore delle posate.


Poi, a poco a poco, cominciarono a uscire le frasi.

«Ti ricordi quella curva?»
«Hai visto il cielo prima della pioggia?»
«Quel silenzio lungo l’argine…»

Nonno Pietro non c’era.

Eppure qualcuno sentì chiaramente che avrebbe approvato.

Perché certi viaggi non servono per andare via.

Servono per riconoscere meglio dove sei.


Nonna Angela sparecchiava piano.

«Le strade fanno bene,» disse.
«Ma è la tavola che rimette insieme le persone.»


Quella sera, qualcuno uscì un attimo fuori.

La pianura era scura.
Ma non vuota.

C’era una sensazione di presenza buona.

Come se qualcosa di enorme stesse semplicemente… aspettando.


Non faceva paura.

Faceva compagnia.

Capirono allora che:

  • il Drago non era una meta

  • il viaggio non era una fuga

  • e la terra non era solo un posto

Era una storia che continuava anche senza di loro.


Prima di dormire, qualcuno aprì una mappa.

Non per partire.

Per ricordare.


E sotto la pianura, molto in basso, il Drago si girò su un fianco.

Non per svegliarsi.

Ma perché stava sognando meglio.