Gino dei gelati e la strada che sa di sole
Non è difficile incrociare Gino.
Si riconosce da lontano per il suo furgoncino dipinto a colori,
ogni lato una scena diversa: campi di granturco, fiumi, borghi, una gigantesca panna montata che sembra un picco di montagna.
Non è un gelataio qualunque.
È Gino dei gelati, e gira con il suo furgone nei paesi, tra le piazze e lungo le strade bianche, come un cantastorie che invece di raccontare storie, le fa mangiare.

L’arte di mescolare gusto e territorio
La gente dice che Gino non fa gelati.
Fa ricordi freddi che si sciolgono in bocca.
Non sono mai gli stessi gusti due volte.
Un giorno c’è crema con miele di prati stabili e un altro giorno ci sono le note di mostarda e frutta locale per un gelato unico creato insieme ai ragazzi delle scuole di Pandino alla fiera del cibo del territorio.
Qualcuno giura che ha assaggiato un gelato che sapeva
di primavera nei campi,
altro che memorie d’estate,
e un altro ancora che gli ha ricordato la prima volta che ha visto il cielo dal fiume Serio all’alba.
Quando arriva, fa sempre una piccola magia.
Parcheggia il furgoncino sotto il grande pioppo alla fine della piazza, apre le sporte posteriori e tira fuori coni, coppette e cucchiaiate di storie.
Bambini e adulti arrivano piano, come se anche loro sentissero una vibrazione nell’aria, quasi un richiamo segreto.

Il giorno del gelato alla luce del crepuscolo
Era un pomeriggio d’estate inoltrata,
quando il sole si abbassava lento tra le file di mais.
Gino stava sistemando i gusti —
crema al latte, miele di acacia, gelato alla frutta di stagione —
mentre il Drago Tarantasio sembrava osservare da lontano, nell’aria sottile tra l’Adda e il Serio.
Nonna Angela, si fermò ad ascoltare il ritmo del gelataio.
«La gente corre dietro al gusto,» disse,
«ma il gusto vero è quello che ti fa fermare.»
E sotto quel cielo dorato, nessuno si mosse.

Il furgoncino che conosce le stagioni
Gino non aveva paura della pioggia.
Diceva che le nuvole sono come le teglie di una mamma:
quando cadono, fanno profumo di terra fresca.
Nei giorni di nebbia, invece, portava sapori leggeri,
come la vaniglia mescolata con un tocco di scorza d’arancia,
e raccontava che era il Drago ad avergli sussurrato quella combinazione, un mattino in cui l’aria era così densa che pareva di toccare il cielo.

Una piazza, un cono, un racconto
Una bambina gli chiese:
«Da dove viene il tuo gelato?»
Gino sorrise e rispose:
“Viene da tante parti: dal latte delle cascine, dalla frutta dei campi, dai fiori del prato…
e – forse – da un po’ di magia che nessuno ha messo nelle ricette.”
Non era una risposta banale.
Perché era la verità.
Il gelato come incontro
Quando Gino riparte, lascia dietro di sé:
-
risate nei cortili
-
adulti a occhi chiusi che ricordano sapori
-
bambini che parlano di draghi e fiumi
E — più spesso di quanto si creda —
un piccolo cono vuoto abbandonato su un muretto,
come se contenesse ancora un po’ di magia in sospeso.
Il furgoncino di Gino non si vede mai dalle strade principali.
Si incontra.
Come le storie.
E ogni volta che qualcuno nomina il suo nome,
un vecchio pescatore o un viaggiatore fermo sull’argine sorride,
perché sa che il gusto è un modo per restare nel mondo più a lungo.
E mentre il sole cadeva tra le colline morbide del territorio,
gli ultimi passanti ripensavano ai loro gusti preferiti,
e qualcuno giurava di aver capito per un istante
il motivo per cui il Drago Tarantasio si muoveva lentamente sotto la pianura.